improbabile.


June 13, 2018 ·


non solo spazio non libero, ma neanche gratuito. e’ l’artista rom che mi fa notare che per visitare ‘free spaces’ bisogna pagare il biglietto: il gratuito e’ nella declinazione delle curatrici, ahime’, donne.nessun campo rom, ne’ campo (e)migranti e neppure per senza tetto, l’architettura si conferma come servitu’ per ricchi. orologgi rolex dappertuttosolo un tappeto nero e numeri in rosso, con da una parte il metro e dall’altra il piede veneziano, come probabile idea di allestimento all’Arsenale, mentre ai giardini modellini di presunti tali che non si possono fotografare.sara’ che sono stata costretta a ragionare con i miei di piedi, ma nessun guizzo mi ha fatto saltare e lo spazio dell’Arsenale si e’ mangiato ogni tentativo di allestimento se non dove colonne posticce hanno dialogato con lui.l’unica cosa del ‘free market’ irlandese sono stati i cadaveri di bottiglie di birra lasciati in ogni angolo durante l’inaugurazione. nel pragmatismo aglosassone non c’e’ posto per il concettuale. pragmatismo che ha permesso a due bocconiane di essere considerate dall’affare biennale come rappresentanti di quote rosa. qua casca l’asino con tutto il carico di assemblaggio improbabile.c’e anche qualcosa, ma trattandosi di Antantide e’ solo un piccolo iceberg in cui il suono sottolinea il plastico di un campitello traslato su di un pavimento irregolare e candido.e’ quando poi ti ritrovi tra pareti di metallo dentro all’esposizione di un modello di casa sembra che tu sia entrato in un igloo senza ghiaccio.
arrivano i padiglioni e quello dei nativi canadesi crea ancora piu’ contrasto con quello che i capannoni precedenti hanno ospitato. forse perche’ seguo da NODAPL i risultati vergognosi del colonialismo occidentale sulle popolazioni native che tutto mi sembra famigliare. anche l’allestimento tra tecnologico e classico, con le strisce colorate che richiamano monili e strisce sul viso, con i paesaggi a difesa dello spazio libero incorniciano a loro volta parlato e musica. il mio gasamento si traduce nella domanda ad un custode: ”Questa e’ musica pow-wow, vero?”. la faccia da millennial e’ stata una sufficiente risposta.avrei parlato del padiglione con una giovane ragazza, che indossava un cappello borsalino, studente di architettura nel Canada centrale e, quando a lei ho fatto la stessa domanda, gli si e’ illuminato il volto con un sorriso enorme. abbiamo condiviso la carica dell’i-phone sedute sulla stessa panchina e, come tante altre interferenze accadute con giovani di passaggio nello spazio affatto libero, il verde dei Giardini e’ stato il vero protagonista insieme a viali, tetti e squarci.come tutti gli altri giovani incontrati si chiedeva della valenza dei padiglioni nazionali, ma, mai come quest’anno, ne erano la benedizione. la relazione con le diversita’ e le conoscenze e’ il privilegio di uno di quei pochi momenti di scambio che, chi frequenta, si vede servito su di un paio di portate e vari snack intorno. nazionale non e’ nazionalismo, c’e’ la differenza di logica e di apprendimento.ho fatto in tempo ad entrare nel padiglione Italia, perche’ fossi stata, oggi, in biennale, l’avrei saltato di pari passo come per USA, Israele, Polonia, Cechia e Slovacchia (sbandieranti un fatiscente UNNESCO), Ungheria, Inghilterra… anche della Slovenia ho visto i disegni di Peichl, ma i padiglioni in Arsenale sono molto piu’ difficili da schivare perche’ spesso troppo contigui ed in logica di continuita’.il merito di Cuccinella quello di avere aperto a tanti nomi per essere presenti, spazio libero comprendente e politicamente corretto.tante nuvole in giro, anche un villaggio a loro dedicato dai cinesi, ripreso da Croati (ecco uno di quei padiglioni che non sono riuscita a sviare perche’ la Croazia bianca la lascio alla Moric ed al suo incartapecorimento) e dai nodi fatti a mano per i lampadari- struttura di Singapore.non c’e’ dubbio nei padiglioni si respira.
si respira anche nel caldo opprimente dell’Eurotopia belga, dove nella piazza a scalini blu la gente si guarda. si aspetta e si ride a chi lascia libero lo spazio per fare le fotografie e si passa da musica classica al noise per chi resiste la calura. si prende fiato senza che sia aria per respirare dai diversi punti sugli scalini blu e ti accorgi subito di chi non ha nessuna cura degli altri.per coerenza avrei dovuto anche evitare l’Austria, ma troppa droga da mitteleuropa non me lo permette. come al solito non ne resto delusa e la sua semplicita’ quasi allarmante mi consola. 3 livelli di spazio libero a confronto: una struttura libera per arrivare al soffitto del padiglione e godere della vista intorno, pavimento in metallo per rendere fluttuante ogni punto di vista e sofa’ rotondo rosa per vedere le proiezioni sul soffitto ed ascoltare in cuffia il proprio isolamento.il padiglione Australiano, invadente blocco nero sul canale, segnalato dalle riviste che contano, tra tronchi di albero in peltro e piante vere al suo interno, con una parete bianca ed una porta nel suo mezzo aperta verso il fuori della laguna. si chiude la porta e paesaggi urbani inondano le pareti che fanno da sottofondo agli arbusti. uscendo la vera natura continua a dialogare ricordando che non esiste spazio libero senza di lei.
ho avuto qualche timore perche’ per la Germania non sarebbe stato semplice mantenere il livello delle ultime due biennali.eppure il suo ‘unbuilding wall’, scritta bianca su pannello nero davanti alla porta del suo padiglione sarebbe stato sufficiente. non superiore, ma il livello mantenuto.nessuna delusione.nessuna delusione una volta otrepassata la soglia dove una parete di muri-pannelli neri disegnano una finta chiusura conqualche taglio che fa passare la luce. diverse distanze dei pannelli- parete, spostandosi di qualche passo mostrano la permeabilita’ della finta chiusura. la sorpresa sta nel superarli, dove il retro del pannello e’ bianco con stampati i progetti di architettura e qualche modellino sparso. confesso di non avere neanche guardato un progetto di quelli presentati tanto la capacita’ di allestimento (ricordo che e’ uno degli esami della laurea in architettura!) ha reso il concetto. l’angolo curvo del pannello-muro nella parte bianca, che si allunga poi nell’ombra nera o bianca del pannello stesso, segna il pavimento di tutto il padiglione. e’ quella accuratezza del particolare e del’artigianalita’ del fare che nessuno specchio, sebbene posto per concedere liberta’ allo spazio allungandosi verso il punto di infinito, puo’ confrontarsi, nonostante l’ego.
i cugini francesi fanno il verso con le sdraio giallo acido all’entrata dei ‘Luoghi Infiniti’.tutto appeso sulle pareti verticali, compreso sedie sdraio, poltrone di automobile, attrezzi, zaini e bastoni da beseball.sotto a cio’ che si ha appeso in officina, una sfilza di modellini in legno ad onorare la professione ed a significare cio’ che differenzia bottega da take-away.dove sono i ‘Luoghi Infiniti’? nei tanti video inseriti in scala dentro ai modellini, dove mostricciattoli, banane e biciclette scorrazzano per giocare agli infiniti possibili, anche se solo virtuali. lo spazio per una serie di incontri tra cui anche la Biennale Urbana mostrano le collaborazioni con il territorio e l’apertura al locale tra atelier, tende e strutture in legno molto provvisorie.
sarebbe stata la giusta punizione per non aver visitato il padiglione perche’ quando mi sono presentata all’isola dell’Inghilterra hanno chiuso la scala di accesso alla struttura sul tetto. godendo degli spazi liberi dei Giardini, ma sempre con accredito concesso per… anzianita’ di frequentazione e scarabocchi vari su blog, niente piu’ di spazio aperto e non gratuito come il girovagare all’esterno dei padiglioni. l’occhio libero sulla laguna, con il costruito in lontananza se non le banchine per l’attracco di barche ed il prendere il sole dei residenti, mi hanno sottolineato, ancora una volta, come di costruito ce n’e’ a dismisura, soprattutto quando si tratta della casetta per la famigliola di turno. di ‘cooperative cities’ neppure un accenno e qualche formula di free-spaces neanche abbozzata, qualche concetto ma non da chi ha lanciato il tema.hanno aperto la terrazza di ‘Island’ e, nonostante il sesto giorno di camminate nei piedi, la scala per il te’ delle cinque non e’ cosi’ impossibile. il fiato regge bene e memory-foam della Adidas, oltre all’unguento per cavalli, hanno fatto il loro lavoro. una grande nave presenta subito il suo ingombro e, a parte qualche foto di panorama e’ la struttura che ci regge, che regge nel suo temporaneo. legno dal giallo al ruggine, metallo e rete, ombrelloni gialli per sorseggiare il te’ caldo di verbena e limone sulla terrazza sopra la laguna, in un’isola artificiale: Calais e’ lontana ed i colonialisti per definizione stanno sotto i miei piedi. meglio scendere fra i poveri comuni dove l’Olanda ricorda tra gli armadietti arancioni da lavoratori e la stanza parigina di Joko Ono e John Lennon di ‘RESIST COLONIAL MIND MAPPING’.all’uscita la Spagna mi ha salutato con il suo ‘becoming’ con tutte le parole che creano il sociale, immagini del riuso e sedie bianche riciclate, cio’ che e’ sufficiente a fare architettura per chi si ostina a farla.

#misonoguadagnatalaccredito


June 6, 2018 ·

l’unico significante delle curatrici: piede veneziano in equazione con il metro. sembrerebbe ce l’abbiano messa tutta per sostenere il mio pensiero che l’architettura sia del maschile (con le sue eccezioni, ma, attualmente, non di certo nell’occidente!). neanche trasformandosi in ‘uome’ si ha molte più chance.forse le chance non c’è l’ha più neanche l’architettura perché per l’erigere si può solo servire dei vari sultani di turno.sarà per questo che c’erano tanti piccoli uomini scuri e bruttini che giravano fra hangar e padiglioni privandomi del piacere di vedere la calata degli architetti nordici e le loro mise impeccabili.anche le mie camice bianche erano troppo fuori target per gli impiegati del mattone, neanche più colletti bianchi o Fred Perry con la Riga in contrasto.troppe cravatte inutili.le toilette, poi, proposte tra le cappelle del Vaticano urlavano provincialità veneta in ogni pizzo, sandali tutt’altro che gioielli e giacche blu carta da zucchero.se il prodotto è anche chi lo frequenta, il mio taglio di capelli da zitella inglese era perfettamente nel ruolo , compresa la senescenza galoppante.
#quandolospazioliberodventagratuitB

May 24, 2018 ·

“Dovrebbero asfaltare da qui fino a Mestre.” mi fa il marinaio facendo volentieri a meno dell’acqua che indica mentre sta attraccando a Vallaresso.
penso che sia il progetto di spazi liberi urbani più provocatorio e risolutivo ed utopico per un Veneziano doc.
meditate, presunti insostituibili del caso, meditate!
c’è più immaginario in una lastra di catrame secco che negli Swatch appesi su di una facciata in laguna.
il limite dell’acqua è oltrepassato dal limite di volgarità del trolley.
Venezia, nuova provincia di Bollywood.