la camicia bianca decostruita.

(aggiungere un blocco estraneo al diario faccialibrista, aiutandosi con le parentesi, per sottolineare l’ancora essere in pandemia di SarsCov19: l’incoronato è ancora performante, ma patriarcato e capitalismo pretendono di riprendere il loro dominio. distanziamento e controllo giocano a suo favore, come il fare cassa del botteghino: le mostre contano dal numero dei biglietti venduti; niente visitatori, ma consumatori in mostra. chiusa la parentesi.)

1o giorno in Biennale – Arsenale

26 maggio 2021

dopo ever perso un’ora, inutilmente, nel cercare di avere un giorno, almeno, di proroga del pass, visto il tempo così gradevole, poco convinta procedo. Star Trek mi accoglie all’Arsenale.storgo il naso, ma davanti alla camicia bianca decostruita, mi inchino.forse, già consapevole, ho optato per una t-shirt bianca. la collezione di camice bianche, mai messe, continuerà a restare appeso, in giro, su qualche gancio improbabile.è sempre il solito stress di come doversi adattare all’architettite, anche se, quest’anno, era subito chiaro che non ci sarebbe stata concorrenza tedesca per il look. solo tristezza italiana di senescenza con giacca e cravatta e puzza di professionismo scaduto.

la tovaglia è macchiata di caffè per le innumerevoli flebo di tazze bevute per riuscire a rispettare le scadenze o la dead-line di un concorso e strumenti da disegno innestati nel corpo a celebrare il martirio a cui dedica la professione.

(altra parentesi per le immagini seguenti, in cui lo spazio dell’Arsenale riprende la sua centralità dovuta, specialmente in una mostra sull’architettura. il contrasto è maggiore quando c’è anche una capanna.)

(ancora una parentesi, in riferimento a queste ultime immagini, perchè nella bulimia di una biennale, si perdono parecchi significati, che poi, nel trascriverli, si ritrovano. è quello che succede nel pubblicare un blog-ex-post, come ripasso e recupero per ripetente: air-bag per futuro umano sensibile.)

nel consumare batteria, continuo a fermare immagini per cercare di rincorrere ricordi di presenza, spesso inutili.deciderà la batteria quello che dovrò incamerare e quello che è abbastanza forte da rimanere nel significato.i modellini, però, di carta o di legno, restano fra i giochi preferiti dell’architettite.

postato su facebook il 27 maggio 2021

subito dopo alla dichiarazione di resistenza, di fronte al modellino di una capsula da sistemare su Marte, la batteria dell’i-Phone cede. troppo semplice per essere un chiaro segno, ma il troppo cercare di avere una delazione al pass ha dato i suoi frutti. l’unica cosa che avrebbe avuto motivo di immagine riportata e condivisa sarebbe stato il rosa porcellino del Messico con la sua casa lineare.per l’Italia mai nero più appropriato da stenderci sopra (anzi nero e buio troppo significanti per ciò che non riesce ad essere neanche esercizio di stile). lo stantio della senescenza architettonica è diventato partito onnipresente ed il non aver spazzato via le foglie raccolte in un angolo insieme allo fasce di scotch attaccato, fanno sentire la mancanza di un aspirapolvere per pulire tutto ed eliminare le acque di Mosè su di una pedana instabile e parte di un allestimento accozzato.

ci sarebbe stata una colonnina per ricaricare (oltre alla batteria di riserva, mai usata e neanche scartata, dentro allo zaino), ma l’essere demotivata prevale come il non aver potuto evitare, anche se solo di striscio, il giallo sfacciato turco alla ricerca invana del Sud Africa. il sottotono di una esposizione va a nozze con la mia fascite. c’è un motivo più di studio nel volere essere presente perché c’è un Harbour for Cultures – H/C che mi aspetta per cercare di tirare, se non le somme, almeno le fila per la destituzione di architetti dalla presunzione di casta fallica ottocentesca.

postato su facebook il 28 maggio 2021 (in piena pandemia di Sarscov19)

le troppe immagini incamerate necessitano la frammentazione del blog-post del 1o giorno in Biennale.

#biennalearchitettura2021

virtual reality

28 April 2023