
en attendent.

se Baratta dovesse parlare in latino, in questo momento, non si avrebbe nessun significato, ma gorgheggi con tono educato.anche la conferenza finale di ‘Meeting on Arts’ è sulla scia della fiera, senza fiera di paese, ma tanti paesi insieme.resta il relitto della barca inabissata nel Mediterraneo, senza… c’eri. è inutile invocare la complessità per trovare una via d’uscita.il potere dei curatori è indiscutibile, ma il loro pensiero resta moderno.la macchina per fare soldi (“Bisogna vivere di cultura.” della cassiera è sintomatico) ne illustra la occidentalizzazione.il discorso sui padiglioni nazionali vacilla, ma resta in piedi con la presenza del CURATORE INDIPENDENTE, che spiega l’intento dell’internazionalizzazione, a cui gli artisti, senza appartenenza (quelli che hanno ancora qualcosa da dire) ambiscono.ci mancava di tirare fuori l’utopia!
chi manca? domanda dal pubblico.“Per fortuna non manca il pubblico.” è la risposta.“Manca Banksy.” rispondo io.anzi, no, per fortuna che manca Banksy, perché la sua presenza non richiedeva il pagamento del biglietto.nell’acqua grande galleggiano sulle onde i segni del suo agire.
nteressante il processo nella scelta degli artisti, non secondo la bravura o l’essere rinomati, ma nella loro capacità di creare relazione con quella di altri, che potevano, direttamente, suggerire.beh, questo spiega parecchie cose e mi ammorbidisco.di block-chain, però, nessuna traccia: il contemporaneo resta moderno avanzato… più o meno, resta avanguardia.
la spiegazione dell’apporto delle gallerie private nella partecipazione ai costi, spiega fiera e mercato.I visitatori restano, però, i più importanti partner privati ad una istituzione pubblica.beh, il mio revisionismo continua.lascio il beneficio del dubbio.
la domanda da fare resta: “Visitatori o consumatori di arte come di lecca- lecca?…o likea-likea, che è la stessa cosa?”
postato su facebook il 24 aprile 2019
‘nothing to prove, nothing to say.’
lei e’ un portento. la sua band ancora di piu’.
incuriosita e rabbonita sulla politica dei visitatori della biennale, con accredito stampa sudato, trovandomi all’arsenale per la conferenza finale di ‘Meeting on Arts’, ho deciso che sarei rimasta per vederla.il luogo era lo stesso della conferenza, che ci hanno fatto lasciare e c’erano gia’ i primi giovinastri in fila per entrare al concerto. tre ore di fila in piedi, sotto la pioggia, non erano il pensiero piu’ confortevole e piedi e schiena recalcitravano. succede che, nel mio recalcitrare, spesso, creo relazioni profique. gender sicuro i due davanti alla fila, di cui uno con riccioli biondi, orecchini pendenti e smalto con brillantini argento alle unghie. mi concedono la possibilita’ di non stare in fila se gli altri dopo di loro lo avrebbero permesso. un gioco da ragazzi, appunto, per me che ho esibito orgogliosamente i capelli grigi, non tinti e che hanno avuto compassione per una senescente, anche se non capivano che cosa ci potevo azzeccare io nel quadro.data la concessione e la pioggia a dirotto, ho deciso di perlustrare i magazzini, che avevo accuratamente evitato nelle visite precedenti, non prima di aver lasciato loro il mio ombrello fucsia per potersi un minimo riparare, con loro sommo stupore. era un semplice scambio di cortesia.
sembrava che la pioggia avesse deciso di accogliermi con scrosciate maggiori ogni volta che uscivo da un padiglione, ma cappello, cappuccio e stivali da pescatore mi proteggevano a sufficienza senza l’impiccio di un ombrello bagnato da trascinarmi dietro nella perlustrazione.nel bene di cio’, dopo averle snobbate in un paio di passaggi al riparo, le bacheche indonesiane mi hanno condito con divertimento di frasi contemporanee, ficcanti e da slogan per l’attesa.ritornata alla fila per dare un cambio ai prodi in fila, con sommo piacere mi accorgo che anche loro sono andati in perlustrazione.si’, probabilmente, qualche diversamente attempato, non uso alla frequentazione di arte, si era immerso nella fiera e qualcosa avrebbe assaporato. punto guadagnato da Baratta che, nel volere premiare i ‘visitatori’ piu’ giovani, con un concerto a sorpresa, annunciato solo il giorno prima, li aveva iniziati ad esserne consumatori dipendenti.
a mezz’ora dall’apertura della… sala? teatro? capannone? discoteca?… mi sono infilata dentro le transenne per non essere troppo sfrontata e comparire all’ultimo momento.nella prossimita’ partono gli scambi di chiacchere del momento. per niente a disagio, mi sono inserita nei discorsi di musica e sento di nomi mai pervenuti (d’altronde anche del premio di Solange nessun algoritmo mi aveva concesso di saperlo, anche se il nome non mi ra del tutto nuovo).quale maggiore occasione per dare mostra dell’ego nel suggerire nomi che anche loro non avevano mai sentito, nonostante lo sforzo enorme a ricordarmi i nomi?aggiudicandomi il punto da sola e sentendomi molto meno estranea di tante altre volte con conosciuti di generazioni piu’ prossime, mi sono accesa una sigaretta ed hanno iniziato a far entrare.ti pareva, timing perfetto!lasciati i compagni infilati, mi sono accorta dell’esistenza di una lista preferenziale che qualcuno aveva redatto in barba a chi si era preso tre ore di pioggia.essendo anch’io stata privilegiata dalla benevolenza di chi aveva avuto compassione di me, non ho acceso nessuna miccia e, spenta la sigaretta, sono entrata.tutti in fila orizzontale davanti alle tende nere, anche il presidente.prima che si aprisse il varco, e’ uscito il direttore di produzione invitando a mettere via il cellulare ed a godersi lo spettacolo girando per lo spazio.nel tempo di un nano secondo si erano gia’ tutti sistemati intorno alla scena e mi sono avviata all’angolo in fondo, vicino all’unico lato che non si poteva percorrere, incrociando, nell’ombra, l’unica che non era gia’ disposta in scena.
marrone, marrone e marrone in tutte le sue tonalita’ e gradazioni.le vestali in mezzo ed i suonatori decostruiti ai bordi intorno.chi con la tastiera ed il computer di schiena a cio’ che accadeva in scena, dove le vestali sfilavano per poi andarsi a sedere sulle sedute, marroni anche queste, disposte sui quattro lati dalle quali, alcune, comparse privilegiate, non si sarebbero piu’ mosse fino alla fine.dall’ombra, la figura incrociata prima, ha preso la scena e,insieme alle due voci secondarie (non tanto come bravura, ma come presenza scenica), il terzetto ha offerto il canto.

si’, l’ho riconosciuto: la radice e’ il motown.subito avvolta dallo spessore musicale, mentre lo spettacolo e’ gia’ iniziato prima dell’entrata degli spettatori.le vestali in piramide, i parallelepipedi marroni vuoti agli angoli ed i musicisti sparsi ai lati della scena.no, nulla in riferimento alla sua produzione musicale precedente, non troppo lontana a quella di sua sorella, ma con tutte le caratteristiche della musica contemporanea, anche quella classica.l’attribuzione di performance rientra nel luogo della produzione di arte, ma la sua declinazione ha tutte le impostazioni di show-bizz piu’ classico e show e’ stato in tutte le sue varianti.variante canora: lei e’ un portento;variante musicale: da extraterrestri;variante danza: tecnica contemporanea a barili e stile da ‘The day after’;variante coreografia e movimento scenico: ogni centimetro disegnato;variante regia: nella migliore tradizione hollywoodiana.
la piramide si dissolve e le vestali-figuranti, con sandaletti bronzo alla barbie, unghie che non permettono alle dita di appoggiarsi su di un tavolo, acconciature con chignon piu’ grandi della testa, si siedono sulle sedute marroni tutt’intorno alla scena, tagliate da aperture di passaggio al centro dei quattro lati del rettangolo scenico.non si alzeranno piu’, a parte un velocissimo alzarsi in piedi a meta’ del concerto, se non alla fine del tutto.restano in scena le cantanti che dilatano il suono in ogni sua possibilita’ senza usare parola alcuna.su e giu’ per il possibile scibile di riferimenti e, nonostante le due seconde voci ragguardevoli, lei sovrasta, non solo per l’altezza, con una maestria quasi celata, senza aggravare ne’ stressare la potenza e la tecnica a disposizione.tutine di nylon con vari pezzi di diversi marroni cuciti da impunture a vista e piedi scalzi senza aggiungeri orpelli al canto se non con il movimento della danza.
c’e’ una cosa da cui non riesco a distrarmi con tutta la benevolenza a disposizione. mentre cantano ballano in sincronia, con qualche piccolo baffo, ma c’e’ quel piccolo dettaglio che tradisce chi di danza non ha le fondamenta: la gamba incrociata dietro, appoggiata in releve’ con le dita piegate a terra, ha la caviglia che cede e non riesce a sostenerla. una, due, tre volte e non puo’ essere un momento di distrazione, e’ errore di fabbrica. l’attrazione morbosa per quel tallone ha un attimo di rincuoramento quando lo solleva per qualche secondo (provvedimenti devono essere gia’ stati presi), per poi ritornare nello sconforto.dura solo per il primo pezzo, perche’ poi saranno i ballerini a prendere la scena, mentre loro saranno sul mio lato con la schiena rivolta a cio’ che sta succedendo e deliziando con variazioni compenetrate al movimento in un unicum.lei va a sedersi vicino alla band, sempre su una della sedute marroni ed interverra’ con moderazione, lasciando tutta la scena al resto del gruppo.
i pezzi si susseguono in un vortice che non ha nulla a che fare con quello che molti si saranno aspettati di ascoltare, perche’ non e’ un concerto di una cantante, ma una esibizione di artisti.i danzatori (forse dovrei scrivere danzatrici, perche’ il sembiante maschio e’ un unicum, mentre il resto di gender vario tutto di origine femmina) tutti con sneaker diverse, alcuni in pantaloni maschili, qualche tunica corta, ma nessuna tutina di danza. non movimenti di fisicalita’ estrema, ma sufficientemente slegati da ogni tradizione di balletto, ballo o vari correnti di tentativi di danza contemporanea: movimento come pezzo di suono e suono come pezzo di corpo. l’intrecciarsi di ritmo, cambio, melodia, levare e battere imbastiti insieme da elettronica e virtuosismi verso l’eccelso.sebbene la bravura dei musicisti sia imparagonabile a quella dei danzatori, la loro grandezza si presta ad accompagnare senza sovrastare.come in quasi tutte le band il batterista e’ centrale, ma questo e’ talmente capace che anche il suonare il portone, sul lato non attraversabile dal pubblico, e’ un divertissement che si concede con la facilita’ del mangiare una mela.lei riprende la scena, mai veramente abbandonata, si lancia in capriole e aggrovigliamenti scomposti di corpo e voce, per riprendere la narrazione.il racconto continua nell’uniformita’ del marrone.si capisce che sta per finire quando occupano tutti lo spazio calpestabile e si mischiano fra di loro a scacchiera: indossano tutti i sandaletti in bronzo, stile Barbie.lasciano la scena, mentre la musica continua.il batterista ci lascia ancora un suo ultimo regalo.quando la musica finisce, l’urlo e’ tutto per lui.

no, non si trova niente di suo, di questo genere, su uTube. si’, e’ riuscita ad usare il linguaggio della biennale arte che finisce col botto. (…scoprirò, poi, che se Solange Knowles non si fosse esibita al NY Gugenheim e in vari musei statunitensi, non ci sarebbe stato nessun botto.)

postato su facebook il 27 novembre 2019



