
l’inno agli zombie.

…e quando va direttamente allo stomaco gli ingredienti ci sono tutti.
non è il ritmo, ma lo spessore del suono che riesce a sopperire la scarsità del supporto tecnico.
va da solo che I piedi possono andare da soli anche loro, ma gli
scatenamenti da impossessate non comprende quello stomaco che respira.
nessun ricordo dell’eleganza della voce del padre, che cerca di
sopperire con la sinuosità del corpo costretto fra strisce arancio
verdi.
troppo piccolo il palco per contenerli, ma in tempi di sardine ci può stare.
la voce troppo sparata dal mixer e copre la vera bellezza della band,
quando entra la seconda voce, cioè la prima, cioè non la sua si amalgama
di più. poi entrano le voci femminili ed il timpano si infastidisce.
…ma si ascoltano?
qualcuno ascolta?
se la tortura insiste, mollo.
la musica regge, oh, sì che regge: si sentono e suonano.
ridicoli gli urletti allo scassamento di tette e deretani e anche la
danza è nella tradizione. anche lui dimena i fianchi, dopo il sax, ma
senza reazione alcuna: la tragedia è dovere avere a che fare con un
padre leggenda.
attendo il prossimo spezzone di sola musica che continua a correre per le savane, mentre le voci cercano di raggiungerla.
forse hanno aggiustato un po’ i livelli, perché i timpani non sono più così tartassati.
alla tastiera se la cava meglio anche se non è proprio un mago, ma
nella maggiore percezione di una deviazione più attuale per la sua
generazione.
la band un unicum quasi a non accorgersi della
moltiplicità. la reiterazione del ritmo che accompagna i piedi a terra a
calpestare l’unica terra che ci rimane.
il trombettista a disegnare il cielo sopra.
mi è inevitabile pensare a chi, pensandosi gazzella, leone o elefante
affronta il deserto per scappare dalla sua terra, sentendosi forte dei
suoi piedi che hanno doppiato chilometri e chilometri di polvere.
arrivano i più giovani e forti, perché gli altri restano preda di
avvoltoi e iene, per diventare a loro volta preda dell’odio di uomini,
invidiosi della loro forza.
/individual comfort vs community/ è il suo messaggio.
anche il suo sax ha troppa forza, a volere lanciare il suo messaggio più forte, più lontano, più in alto.
poi arriva chi con il sax riesce a seguire le ali di una farfalla.
/too many young people chasing the American dream/
/too many young people ready to die/
l’impegno in prima linea e la sua voce riesce ad avere il senso del suo posto e ruolo di figlio d’arte.
curioso che il messaggio arrivasse subito dopo alla considerazione dei corpi macellati dal miraggio dell’Occidente.
c’è quella particolare tonalità dei fiati nel beat africano, che
esplora le note che cercano la terra o l’orizzonte verso cui correre.
nessun alto a distrarre dalla corsa.
il ritmo segue il fiato.
… e il mal d’Africa riaffiora all’improvviso.
cocente.
non so/posso piu’ correre.
“I don’t know from which part of Africa you are from, because every part has been created by Europeans.”
la mia risata sovrasta le teste guardanti.
chissà quanti avranno capito?
importa?
(la bateria ga cedú… e niente foto del guerriero africano a torso nudo.)
“This is not a Christian church.
This is a struggle church.
Rise to freedom!
…
Fake news?
This is what we had for four hundred years in Africa.
Welcome to the party!”
e’ quando cita Venezuela e Colombia che il mio rabbonimento si
completa. sara’ anche qualche aggiustamento nei volumi, ma e’ l’impegno
politico che vibra nel sax e nella celebrazione tribale.
non c’e’
uno tra gli spettatori che non muova almeno un muscolo e segua il ritmo
che gli stregoni conducono sul palco. abituati alle lunghe distanze non
si risparmiano e la trance e’ collettiva.
l’appello e’ al collettivo.
la ricetta suggerita e’ il collettivo di giovani e vecchi che suonano insieme.
e’ con l’inno agli zombi che mi e’ stato chiaro, come NOI, nati in Africa, abbiamo un difetto di fabbrica per essere venduti sul mercato occidentale.
SEUN KUTI & Egypt 80 @Teatro Miela
scritto su facebook l’1 dicembre 2019.

