
sbarco coatto.
deciso dall’armatore, skipper, compagno di università, architetto, sposato con nobildonna inglese.
“Sono le 7.00 e siamo a Lussino. Come deciso, ieri sera, sbarchi qui.”
“Quanto tempo ho?”
“Mezz’ora.” ed il suo imbarazzo era tangibile.
mezz’ora per sbarcare. borse preparate, durante la notte, nel caso fosse successo davvero. ci sono riuscita.
messi i piedi a terra, non so se era più la sorpresa dei piedi, che sentivano la terra ferma o lo stupore di quello che mi stava succedendo. paura alcuna, rimorso per comportamenti inadeguati nemmeno, voglia di poter ritornare sulla barca neppure. piena di borse che mi sarebbero tornate utili.
“Puoi andare a chiedere in qualche agenzia dove parte il traghetto per Trieste. Hai bisogno di soldi?” a torso nudo, come sempre, anche a cena. per nulla barcarola, ma ho ricordo anche di pescatori con canottiera quando a riva. mi era già stato fatto notare che non avrei potuto stare top-less durante la cena organizzata per la serata, ma non sarebbe stato più un mio problema.
“Hai il permesso solo del 50% di lamentarti per i dolori. Alla gente non fa piacere sentirlo fare.” sempre l’armatore-skipper-compagno-di-univerità-etc. peccato! avrebbero potuto sapere, a parte il buttare dei reggipetti del femminismo a cui, principalmente, mi attengo, che, prima di partire ero piena di pustole e che mi era stato sconsigliato di andare in barca nelle mie condizioni (forse, per me, sconsigliato andare in barca, punto!). il caldo del sottocoperta, durante il giorno, accentuato dal cucinare, era sudore continuo che grondava dal viso come pioggia. per fortuna le fute africane erano di un qualche aiuto, ma anche quelle procuravano sudore sotto al seno. il naturismo, da queste parti, è sempre stata valenza e condizione comune, fino all’arrivo di Polacchi o bigotti più dei musulmani. sempre un bersaglio puntato, come in tutta la mia vita, a potermi impallinare a dovere. nulla di nuovo.
borse (valigia azzurra trovata tra i cassonetti dell’immondizia e usata per l’ultimo viaggio di Imma, mia madre; zaino azzurro, anch’esso trovato tra ciò che viene lasciato davanti alla serranda di Luchetta-Ota-Hrovatin; due borse riutilizzabili di supermarcato;) da trasportare a due a due per non squagliarsi troppo sotto il peso. lasciate le prime due davanti ad un bar (quello che sarebbe diventato il mio fornitore di caffè), tornata indietro per le altre due e non potuto evitare incrocio con persona a cui non era più gradita la mia presenza. poco male, solo qualche secondo e non ci sarebbe stata più possibilità di incontro. “Fammi sapere quando sei arrivata a Trieste.” le ultime parole dell’armatore-skipper.
per nulla agitata e sorpresa di ciò.
individuata agenzia marittima a cui andare a chiedere informazioni (Lussin Piccolo si sviluppa in una lineare scansione frontemare di bar, agenzie, stanze da affittare,…), ma era quella solo per tratte croate. per quella italiana sarei dovuta andare più avanti. erano circa le 8.00 ed il molo dove ero stata fatta sbarcare non aveva più traccia della barca su cui ero arrivata.
caffè. sì, un capuccino era d’obbligo.
dopo due giorni di astinenza di caffè espresso, mi sembrava che avesse tutti i gusti. con stupore avrei potuto anche berlo in piedi al banco. no, non era tempo di pausa. bar con anche edicola ed un factotum che mi ha indicato, in modo alquanto sbrigativo, di andare avanti per trovare dove attraccare il traghetto per Trieste. ho preso due borse ed ho fatto un tratto avanti, chiedendo e senza trovare indicazioni di sorta. lasciato zaino e borsa davanti ad un qualche ufficio, sono tornata indietro a prendere valigia e borsa. borse ricongiunte e altra tranche di spostamenti a due a due. a nessuno sembrava interessassero per cui non ho avuto alcun problema a lasciarle incustodite fin da subito (che fosse il perchè dell’isola da cui non si può scappare?).
finalmente raggiungo la banchina di quello che ho imparato fosse un aliscafo. una bella tettoia dove poter mettere borse e strafanicci vari. intanto portate due. due della polizia nautica, a cui chiedere se fossi arrivata nel posto giusto e di come potermi comportare visto che ero stata mollata su di un molo, mi riferivano che l’aliscafo arrivava alle 12.30 e che avrei potuto fare il biglietto a bordo. a quel punto cresceva la consapevolezza dell’assurdità di ciò che mi stava capitando. senza troppo badarci, sono tornata a prendere le altre borse che mi aspettavano, almeno loro.
tornata al bar dove avevo già preso il primo caffè, pensando di approfittare di fare almeno un giro per il centro dell’isola, prendo un altro Hausbrandt da asporto ed effettuo il ricongiungimento di borse sotto la pensilina verso l’imbarco (anche se per due di loro mi era stato offerto di lasciarla dentro al bar). ritornata sui miei passi (non so quante volte fatto l’avanti e ‘ndrè!), girando video (di cui non risulta traccia) per non perdere troppo tempo con foto. dimenticate le sigarette, ho comprato un pacchetto di LD. intorno a me bar e ristoranti con gente seduta che sembrava di essere a Trieste, per le fattezze delle persone autoctone. solo loro presenti a quell’ora con un’unica differenza: molti più giovani. sì, ma non i giovani seduti ai bar cittadini a fare clicca e clan senza avere idea di dove essere, ma pretendere di esserci. scoperto un caffè con vendita di miscela etiopica, pensando di poterlo bere al ritorno, decido di fare la scalinata fino alla chiesa, che mi era stata sconsigliata. avevo a disposizione tre ore.

scoperto un caffè con vendita di miscela etiopica, pensando di poterlo bere al ritorno, decido di fare la scalinata fino alla chiesa, che mi era stata sconsigliata. avevo a disposizione tre ore. arrivata, in men che non si dica, alla chiesa. la preghiera di proteggermi rivolta ad Imma, mia madre, era dentro alla valigia e viaggiava con me. ridiscesa, il tutto durato mezz’ora. entrata nel bar per il caffè dall’Etiopia, non era disponibile solo per quel giorno. beh! il secondo inciampo della giornata. certo, non così condizionante come il primo, ma sempre inciampo. mi hanno offerto di comprarlo sfuso, ma non sapendo il prezzo del biglietto per l’aliscafo e nessuno che sapeva dirmelo, ho preferito bypassare. non avevo molti contanti e preferivo non usarli, oltre a non aggiungere altro peso da trascinare (come se un etto di caffè avesse potuto fare tanta differenza!).

capire quanto costasse il biglietto era importante, anche perchè, mi ero accorta di non avere portato dietro nessun tipo di carta (solo a Trieste ho ritrovato il bancomat che mi ero portata dietro) e dovevo capire se i contanti a mia disposizione fossero sufficienti. tornata al solito bar per il terzo caffè, ho sperato che me lo potessero dire loro, ma così non è stato. ritornata alla peninsilina prima dell’imbarco per l’aliscafo, le valige mi aspettavano (almeno loro!). non c’era nessuno a cui chiedere e la carica del cellulare stava per finire. sono entrata nel cantiere vicino, dove si affittavano barche ed ho chiesto se, gentilmente, potevano farmelo caricare. il proprietario, di quell’età che era ingrado di parlare italiano e lo preferiva all’inglese, mi ha detto di entrare in ufficio. dentro c’era seduta una donna con due bambine, che avevo viste in uno dei miei avanti-ed-indietro, che avevano messo le loro conchiglie colorate su di un masso per poterle vendere. dopo aver raccontato il perchè non sapevo dove poterlo caricare, il primo “Non sono amici!” della giornata mi fa svuotare il serbatoio delle lacrime. Andrea, la figlia Iris e la nipote Tonka, hanno sopportato il mio malessere sempre più incredulo. che sia stata io, poi, a suggerire la tappa a Lussin Piccolo per fare la spesa di prima mattina (anche questo aggiudicato ad altro, perchè osante ad interferire su di una qualsiasi rotta), mi rendeva complice di quello che mi stava accadendo. certo è che la chiaccherata con Andrea, senza avere tralasciato alcuna delle mie responsabilità (ci mancherebbe altro!), è stato conforto e beneficio. ricompensa di sorellanza insperata.
sono tornata da Andrea, perchè, nonostante la ricarica del cellulare non sono riuscita ad entrare in internet, sperando che la sua gentilezza fosse riuscita a trovare il prezzo del biglietto dell’aliscafo. stava andando via ed ha cercato sul suo cellulare, senza successo. uno dei ragazzi che lavoravano in cantiere, aveva capito quello che mi serviva ed ha suggerito di rivolgermi all’agenzia Blue World Institute, dove facevano i biglietti per l’aliscafo. Andrea avrebbe fatto molto di più se avesse potuto. ogni suo gesto continuava a donare conforto. “Devi parlare con il cuore!” mi era stato rimproverato due sere prima. chissà con cosa stavo parlando con Andrea?

Andrea mentre cerca il prezzo del biglietto dell’aliscafo senza successo 
non sapevo che ora fosse, ma nessun aliscafo in vista. il timore, questo sì, di non avere sufficienti contanti era prevalente. entro in agenzia ed il fresco dell’aria condizionata mi accoglie. un sospiro di sollievo. una signora bionda con i capelli raccolti a coda ed il vestito optical, in uno stile, decisamente molto diverso da tutti quelli che avevo incontrato, è seduta dietro il banco. ho chiesto il prezzo dell’aliscafo, con il subconscio che cercava di prendere il sopravvento, perchè sempre di più non riuscivo a capacitarmi di ciò che mi stava succedendo. scoppiata in un pianto a dirotto, mai nascondendo le mie responsabilità, Petra si alza e viene ad abbracciarmi forte, senza alcuna esitazione. quasi mi vergogno per quello che mi sta succedendo, perchè non pensavo di meritarmi la sua empatia. non ho mai pensato di meritarmi qualcosa, se non prediche, rimproveri e legnate. invece, in un luogo dove non avrei mai pensato di esserci, era già la seconda donna che mi dimostava la stima ed il supporto che pensavano meritassi. donne balcaniche? oh, yeah! “It’s better to loose them!” salutandomi.
i 35 euro li avevo, ma non ho fatto il biglietto, perchè nelle condizioni in cui ero, sarrebbe stato possibile anche perderlo. erano quasi le 12.30 e stava per arrivare l’aliscafo. tornata sotto la pensilina per l’imbarco, incrocio nuovamente uno dei due della polizia portuale. dicendomi che l’aliscafo stava arrivando, accenna anche un sorriso ed ho ringraziato per avere potuto, per tutto quel tempo, lasciare tutte le mie borse senza che alcuno obbiettasse qualcosa, anzi accostando il cancello dell’entrata, quando non era presente nessuno. l’aliscafo della LibertyLine (quando ho letto il nome della linea marittima mi sono messa a ridere, quasi forte: no, non era uno scherzo!) è arrivato e una frotta di turisti è scesa, ma nessuno, oltre a me, che attendesse per imbarcarsi. mi sono avvicinata ad uno dell’equipaggio ed ho chiesto di potere fare il biglietto a bordo. mi è stato risposto che non si sarebbe potuto. ecco il terzo inciampo che mi si presentava. sarei dovuta ritornare in agenzia a farlo, anche se mi era stato riferito diversamente. ho chiesto, gentilmente, se potessero aspettarmi prima di partire, mentre andavo a fare il biglietto. mi hanno risposto che avevo tutto il tempo per farlo visto che la partenza era prevista per le 16.30. inciampo risolto da solo e avrei potuto rivedere anche Petra, come Andrea, per la seconda volta, sperando di frignare un po’ meno.
mi sono seduta sotto la pensilina con il vento dal mare che aspirava la calura delle ore che ancora mi aspettavano in attesa della partenza. ho finito la brioche che mi ero portata da Trieste e causa di improperi, nei giorni precedenti, per il mio mangiare cose scadute. era la più buona (in genere lascio le cose più buone sempre per la fine), quella al salmone e sambuco. tornata da Petra per fare il fantomatico biglietto, scopro di essere stata fortunata, perchè, se non fosse stato venerdì, non ci sarebbe stato nessun aliscafo per Trieste. abbiamo riso e parlato di femminismo, mentre allontanava i clienti sgarbati, tutti uomini, che si affacciavano alla porta dell’ufficio. messo il cellulare di nuovo sottocarica, via con discorsi su Yugoslavia e Ponterosso, Sloveni, da lei mal sopportati per lo loro boria ed il suo amore per i Balcani. ho scoperto che oltre alla bora, l’altro vento sull’isola, viene chiamato ‘yugo’. almeno è rimasto il nome del/nel vento! “Don’t forget to write me, when you’ve arrived in Trieste!” scrivendomi il numero su di un bigliettino “…and if I come to Trieste, I’ll call you.” “Maybe I’ll come back to Losinij, just to have one of your hugs!”

ritornata sotto la solita pensilina, in compagnia delle mie borse e valige, mi è venuto in mente di telefonare a Daria (la colpevole principale di questo mio blog), nominata un paio di sere prima. non mi è mai piaciuto dare una classifica a dolore e sfighe e non mi è mai piaciuto pensare che il peso della mia croce potesse essere meno o più pesante di quella di altri. non mi è mai piaciuto colpevolizzare perchè lontano dal mio modo di agire (sembrerebbe che la socialità della barca in cui ero fino a qualche ora prima, non prevedesse ciò; anzi la mia reiterazione di ‘scusami/scusatemi’, come intercalare del mio dialogare, rappresentava solo valenza di falsità, non di educazione indotta in una qualsiasi relazione), semmai criticare senza riserva, ma senza volere indurre mai al mio pensiero. mercante di Venezia anche Daria, continua a trafficare per sopravvivere. chiusa la telefonata con lei, è la volta di Ninetta, cugina di Imma. è incredibile come le donne mi facessero compagnia e fossero disposte ad ascoltarmi: nessuna abbisognante di mostrare nulla, compresa me stessa (oh, quanto mi è stato fatto pagare, il mio intercalare nei discorsi altrui, nei due giorni precedenti!). chissà perchè è uscita fuori la parola ‘invidia’? l’avrei subito scambiata con ‘indivia’, visto il poco o niente di verdura e frutta mangiata a bordo.
“Devi volerti bene, non sei più la sorella maggiore che conoscevo.” non sono più e non mi dispiace affatto. vivo le mie contraddizioni come libertà dei miei capelli bianchi, orgogliosamente esposti (quante a copiare ciò, senza story-telling che reggano a sufficienza, se non semplice scopiazzatura) e non mi illudo di scegliere. l’unica vera scelta che potrei fare è quella di non vivere più, ma troppi sfronzoli di legami che mi costringono ad essere ancora attaccata alla vita. non mi vietano, però, dentro le acque verdi e blu, di fronte a qualche isola, il pensiero di ‘E il naufragar m’è dolce in questo mare’.
alle 15.00 è incominciata ad arrivare gente ed alle 15.30 non c’era più posto sotto la pensilina di accesso all’aliscafo. quanto di più diverso dal potermi riconoscere nei presenti. hanno iniziato a fare il check-in e si sono messi tutti in fila. senza timore ho saltato tutta la fila e, al marinaio che si occupava dell’imbarco ho detto che aspettavo dalle 8.00 di mattina “Se lo sapevamo l’avremmo fatta salire a bordo.” nessuno dei presenti ha fiatato, anzi un altro marinaio mi ha aiutato a portare borse e valigia a bordo. sempre la mia solita cantilena per il non riuscire a capacitarmi di quello che mi era successo, mi accompagnava e nel giro di perlustrazione a bordo dell’aliscafo, il vicecomandante mi ha offerto anche il caffè ed ho avuto il tempo di fumarmi anche un’ultima sigaretta.
l’aliscafo, Marco, è partito con il suo equipaggio di Siciliani, che mettono anche il pane vecchio in freezer, per fare bruschette: “Il mangiare non si butta via!” sarà che sono nord Africani, ma altr empatia mi è stata regalata e, questa volta, dagli uomini. vero o falso sta nel non c’è male senza bene, nè bene senza male. LibertyLine non è partita senza la mia libertà.

il giorno dopo, leggo in un post faccialibrista di Francesca Martinelli, di quelli che si fanno per i ringraziamenti misti a promozione: ‘ERETICA/Estasi in soliloquio di una ragazza impertinente. Un inno alla scompostezza, alla poesia, al corpo come luogo del sacro e della bestemmia, un elogio alla disarmonia. Testo liberamente tratto dalla breve e convulsa vita dell’artista Camille Claudel, artista/scultrice di grande genio, irriverente, sfrontata, così poco incline all’ addomesticamento di una famiglia conservatrice e aristocratica, da risultare scomoda. Così elusa dalla storia, rimossa, cancellata attraverso il più brutale dei metodi , l’internamento, restano di lei il genio e la poesia di un amore interrotto.’






























