metodologia per blog da fb-post: esperimento di semantica nel significato del proprio segno.

nell’ormai desueto di un blog, la sperimentazione aiuta il linguaggio. in questo blog, è sempre stato atipico lo scrivere, perchè quasi solo in differita dai post su facebook (riconoscibile nell’evitare le maiuscole all’inizio della frase a ricordo delle prime e-mail scritte nel web)), molto meno pretenziosi e nella metodologia, anch’essa ormai desueta, del diario condiviso. quale migliore sperimentazione se non lo trascrivere la Biennale arte di Venezia? anch’essa, rigorosamente in differita. che, poi, ci sia stata di mezzo anche una pandemia, sistema il tutto nel pre-di-un-post e nella discrasia (alterazione quantitativa o qualitativa riscontrabile nel sangue e negli altri liquidi organici) del tempo. non meno influente è la tipologia del blocco-paragrafo che non permette un copia-incolla che mantienga lo spazio tra una frase e l’altra dello scritto originale del post (per cui nessun accapo tra le frasi come in questo frammento).

10 maggio 2019 – 1mo giorno in Biennale

1mo giorno Biennale, giovedì.

nessuna voglia di camminare, nessuna voglia di fare foto. (…che poi restano tutte nell’i-phone.) un paio d’ore prima, scendendo dal treno il baldo giovane, alquanto aitante, con pelle nera, sempre alquanto, mi ha aiutato a scaricare le valigie. i visi pallidi con visi pallidi di indifferenza. solo le tute di polietilene nera, appese e svuotate di corpi, mi hanno costretto a tirare fuori l’attrezzo-appendice.

in tempi bui l’unico colore che prevale è il nero. assorbe la luce e riscalda. quello della pelle nera è il significato. per i visi pallidi il sole brucia. sempre meno posto per loro, sotto il sole. il capitale, senza colore, ma con il cappello da cowboy, impasta l’Africa per il suo proprio ritorno. l’Africa continua ad essere saccheggiata, ma ha talmente tanto da vendere che il segno prevarica qualsiasi prepotenza subita.

tra il nero, cuori e palloncini.
quello che restituisce la foto è altro.





11 maggio 2019 – 2ndo giorno in Biennale

padiglione Olanda. skyline: arte o architettura?

padiglione Belgio. mestieri in mostra e ruoli imprigionati.

il qui ed ora perché accade. riconoscersi nei movimenti e godere dei piedi e dei muscoli allenati, mentre invoco la scuola della Abramovich che insegna come partecipare ad una performance… anche alle capre.

padiglione Giappone. per elemosinare un catalogo ho perso un’ora a scrivere e-mail inutili.

padiglione Danimarca. il pianeta nero e quello che di nero è l’imposizione dell’appartenenza.

padiglione Germania. riuscire a competere con le ultime due/tre/ quattro esposizioni in Biennale sarebbe stato piuttosto difficile per i Tedeschi: ci sono riusciti. dopo aver smantellato muri ne hanno costruito uno nuovo a protezione di suoni.

padiglione Korea. dopo avere saputo che c’era lei a suonare al party ho potuto consolarmi solo vedendo il video ed il noise mi ha appagato quel che basta.

padiglione Austria. tutti i significati a portata di segno.la dipendenza da cultura austriaca soddisfatta.

padiglione Romania. rilevanza di segno: libro bianco. quello che è stato non scritto e non letto, quello che (non) si leggerà e (non) si scriverà.

padiglione Serbia. sono entrata perché riporta ancora la scritta YUGOSLAVIA.

padiglione Grecia. se si perdono le performance per giornalisti/vip resta solo il suono di vasetti vuoti di yogurt… greco.

in processione/parata con i ROM. dopo quella con Marco Cavallo di Basaglia, per le strade di Trieste, di qualche giorno prima, non ci si può lamentare.

la contaminazione del futuro ha anche infettato i ROM, esponendoli in galleria. resta la ritualità il loro potere.

12 maggio 2019 – 3erzo giorno in Biennale (mentre il mio avatar è già di ritorno a Trieste)

padiglione Hong-Kong. sempre puntuale col contemporaneo: giunti di plastica in 3d e legno vero in quello che era il magazzino per legna e carbone.

padiglione con conchiglie di cuoio fatte a mano. artigianalità nell’arte?

padiglione Sud Africa. traduzione di Africa solo in inglese, niente afrikaans.

relitto di umanità (Ghana). solo frammenti a supporto dell’estetica… e l’etica? non è certo nell’immagine intera del relitto della barca che trasportava rifugiati-emigranti-invisibili nel mar Mediterraneo, mare di sangue. recuperata e ancorata in Arsenale.

inevitabile non ricordare la barca di carta, ancorata dall’altro lato della darsena dell’Arsenale, alcune edizioni prima.

dopo questa immagine-significato, sarebbe stato d’uopo il silenzio, ma quel che resta dei padiglioni del 3erzo giorno da traslare, è ben poco materiale per reggere uno scritto a sè.

padiglione Ghana. come fosse parte integrante dell’Arsenale, dai rottami che riportano alla nave dei profughi, alla struttura diroccata, ma pulsante.

padiglione Albania. un pezzo di storia di Trieste Contemporanea.

padiglione Ucraina. tavoli di scambio e chiacchierata personale: non hanno permesso di far volare un aereo a bassa quota, per la solita sicurezza. avrebbe fatto cadere dall’alto i sogni. profetico? di profezie nell’arte se ne hanno a bizzeffe.

padiglione Slovenia. rendono le foto più del significato esibito.

ritorna prepotente un altro frammento di Ghana in tutto il suo abbagliare di tasselli metallici come mosaico gioiello luccicante. il dialogo con lo spazio Arsenale è dato preferenziale.

padiglione Irlanda e padiglioni misti-non-ben-identificati. memorizzati umido e pioggia incessante. il libro bianco (questa volta lavato, forse già scritto) si ripresenta.

tutto quello che verrà inutilmente scritto è chiaro, ma si potra sfogliare.

13 maggio 2019, 4to giorno in Biennale

padiglione Francia – finalmente niente più file per entrare. nelle premesse dell’evitare l’accesso pomposo principale c’è la capacità di gestire lo spazio nello specifico.

il pavimento, con i resti che l’acqua di plastica ristagna, è contemporaneo nel merito di materiale e segno.

velato e semioscurita’, macerie e rifiuti a vista: il peso del passato?

angoli e sedute nascosti: sedersi e sporcarsi di terriccio dei muri. la performance e’ di chi esce perplesso nel porticato imbiancato del padiglione. maschere-programma troppo leggere da indossare.

nessuna ispirazione ad entrare. consigliata dalla guardania francese e con il riscontro dei commenti soddisfatti dei visitatori presenti, neanche tanto con la pelle bianca. c’e’ snob inglese, l’artigianato delle porcellane con la stessa valenza di un quadro dipinto. nelle pance di cemento delle vestali il segno e’ chiaro. l’allestimento del padiglione e’ cio’ che accontenta i curatori classici. che il classico inglese sia una valenza, me lo pongo, da un po’, come dubbio: la semplificazione del colonialismo anglo-sassone c’e’ tutta.